Funzionava abbastanza
Gambe di sedie, mutande in fiamme e altre deviazioni olimpiche
Dormitorio dell’Università di Sydney, Australia. Interno notte.
L’illuminazione della stanza è scarsa. Qualcosa odora già di cherosene.
C’è una gamba di una sedia su un tavolo.«Stiamo davvero facendo sta cazzata?» dice Peter
«Non so, così mi sembra solo un pezzo di legno. Dobbiamo fare qualcosa di più, serve metterci qualcosa sopra» Alan parlava senza guardare nessuno.
John è seduto in un angolo, fuma, guarda per terra. A un certo punto si alza, apre un armadio, inizia a rovistare. Tira fuori un barattolo di latta. Torna al tavolo, prende in mano la gamba della sedia e appoggia il barattolo in cima.
«Questo potrebbe andare.»
«Eh, ma mica prende fuoco.»
«Intanto inizia ad assomigliarci. Poi vediamo cosa metterci dentro.»Silenzio.
In un angolo della stanza si sente il rumore di un topo bianco che corre nella sua ruota. I quattro ragazzi presenti sono studenti di veterinaria. Nulla di strano.Barry prende un paio di mutande. Dei boxer che erano a terra chissà da quando. «Useremo queste. Un po’ di cherosene ed è fatta»
«Sì, ma per quanto possono bruciare delle mutande?» chiede Alan.
«Abbastanza.», risponde Peter.Il criterio di progettazione, fin dall’inizio, era chiaro: abbastanza.
Nastro americano per fissare il barattolo alla gamba della sedia. Una mano di vernice argentata trovata chissà dove. Un oggetto che, se lo guardi bene, è chiaramente una schifezza, ma se lo guardi distrattamente… beh, potrebbe anche sembrare qualcos’altro.
La mattina dopo è tutto pronto. John inizia a versare del cherosene sulle mutande, dentro il barattolo.
«Basta cazzo, mica dobbiamo dare fuoco a tutto»
Barry, Alan, Peter e John si guardano. Guardano la loro creazione. Brutta era brutta, sì. Ma non così brutta.
«Se la guardi di lato…»
«No.»
«Ok»A quel punto la domanda non era più se fosse una buona idea. Era chi avrebbe corso.
«Io no»
«Scordatevelo»
«Io ho le infradito»
«Io corro solo se mi dite che non mi arrestano»Era chiaro dall’inizio che avrebbe corso Barry. Non perché fosse il più coraggioso, ma perché era il più magro.
C’è un evento sportivo che ha più di 2800 anni e che da sempre usa il fuoco per raccontarsi, poiché gli antichi greci ritenevano avesse origini divine. Del mio debole per le olimpiadi, estive o invernali che siano, ne ho già parlato in un altro numero di questa newsletter, quando ho raccontato della maratona più lenta della storia. Ora che ci stiamo avvicinando a delle altre olimpiadi, perdonami, ma anche oggi, a due anni di distanza, ti tocca una storia olimpica.
Associato alla sacralità del fuoco olimpico, dalle olimpiadi del 1936 c’è anche il rituale della fiaccola olimpica. Per qualche capolavoro di ironia di cui non conosciamo esattamente chi sia l’autore, tra i tedofori a cui è stato conferito l’onore di tenere accesa la fiaccola delle Olimpiadi di Milano-Cortina di quest’anno, c’era anche l’Uomo Gatto. Non è una metafora. Era proprio l’Uomo Gatto, quello di Sarabanda.
Un capolavoro di ironia di cui invece conosciamo almeno uno degli autori, invece, è quello andato in scena esattamente settant’anni fa, poco prima dell’inizio delle olimpiadi di Melbourne 1956.
Barry Larkin, studente di veterinaria all’Università di Sydney, e i suoi amici, forse per protestare contro il fatto che il rituale della corsa con la torcia olimpica fosse stato di fatto introdotto dai nazisti alle olimpiadi del 1936, o forse solo perché gli andava di farlo, misero insieme una finta torcia olimpica, composta da una gamba di una sedia, un barattolo di latta e delle mutande imbevute di cherosene e presero in giro tutti.
Oltre trentamila persone affollavano le strade di Sidney in un giorno di novembre del 1956, in attesa del passaggio della fiaccola. L’arrivo era previsto presso il municipio, dove ad accogliere il tedoforo ci sarebbe stato il sindaco di Sidney, Pat Hills. A correre l’ultima frazione prima del municipio doveva esserci il corridore Harry Dillon. Dopo l’arrivo al municipio, Pat Hills avrebbe tenuto un discorso e poi passato l’onere della fiamma al tedoforo successivo.
Nel pomeriggio di quel giorno, Barry Larkin, aiutato dai suoi amici, si intrufolò nel percorso della torcia olimpica, e con quella finta fiaccola iniziò a correre. E nessuno si accorse di nulla.
Il sindaco uscì dal municipio di fretta, era visibilmente in ansia. Non si aspettava che la torcia arrivasse così presto. Era in anticipo di una mezz’oretta buona sul programma. L’imprevisto e la fretta fecero sì che il sindaco pronunciasse il suo discorso senza davvero guardare in faccia il tedoforo e senza praticamente accorgersi che la vernice argentata della torcia stava iniziando a colare sulla sua mano. Dopo qualche minuto, qualcuno sussurrò all’orecchio del sindaco che stava parlando con in mano la torcia alimentata a mutande e la vernice che si scioglieva «ehm, signor sindaco… la fiaccola… è finta». Ma Barry non c’era già più. Era sgattaiolato via. Qualcuno disse che tornò all’università, qualcun altro disse che andò in un pub e vide in TV il vero tedoforo arrivare al municipio.
Il vero tedoforo arrivò qualche minuto dopo, mentre la folla si stava disperdendo, con la polizia che non riusciva a capire il perché di tanto caos in giro. Qualcuno aveva capito fosse andato in scena uno scherzo. Altri stavano solo tornando a casa convinti di aver già visto il vero passaggio della fiaccola olimpica.
Intorno a questa storia, negli anni, si sono accumulate diverse leggende metropolitane: alcuni affermano di aver visto finti poliziotti a scortare il finto tedoforo, altri possono testimoniare il fatto che il giorno seguente il rettore dell’università si sia congratulato con Barry dicendogli “ben fatto, figliolo”, altri ancora raccontano di un Barry accolto in università da una standing ovation. In realtà si sa poco di ciò che sia vero in questa storia. Persino il nome di Barry Larkin è rimasto sconosciuto fino al 1998. Prima di allora lo scherzo veniva attribuito a un “generico studente di Sydney”.
Fast forward al 2022. Siamo a Molipur, un villaggio di 5200 abitanti nel Gujarat, in India. Shoeb Davda, un mercante di bracciali di 35 anni, padre di cinque figli, era da poco tornato da un viaggio di due mesi a Mosca, dove si era imbattuto in un gruppo di uomini loschi ma impaccati di soldi. Avevano visto la Indian Premier League di Cricket, un torneo di cricket che dura circa otto settimane e che ogni anno attira l’interesse di circa mezzo miliardo di persone. Questi russi avevano avuto un’idea. Avevano capito che si poteva mettere in scena qualcosa. E farci dei soldi.
Davda iniziò a cercare un terreno. Avrebbe dovuto costruirci sopra un campo da cricket. Illuminarlo. Aggiungere dei led wall tipo quelli degli stadi veri. Prendere in prestito dei microfoni da un tempio indù. Poi trovare delle telecamere. Poi dei giocatori.
Dopo sei settimane di ricerche, a fine maggio Davda aveva creato un campo da cricket, non perfetto ma credibile, aveva assunto 22 giocatori ed era pronto a far disputare la prima partita. Come da istruzioni dei russi, avrebbe dovuto far giocare, o meglio inscenare, tre partite al giorno. L’obiettivo? Trasmettere queste partite in live streaming, convincere gli scommettitori più incalliti, quelli che scommettono su tutto senza sapere bene esattamente quali siano le squadre, che quella fosse la Indian Premier League e attirare scommesse sulle partite, che sarebbero poi state opportunamente truccate per massimizzare il guadagno. Le squadre avevano nomi credibili, ma palesemente inventati. I giocatori coinvolti, sempre gli stessi, a volte giocavano per i “Chennai Fighters”, ma due ore dopo erano le star anche degli “Haryana Warriors”. Le riprese, strettissime sul campo, non mostravano mai né le tribune, né dove finisse realmente la pallina, ma solo i segni degli arbitri, che in base alle istruzioni via walkie talkie assegnavano punti alla bisogna.
Dopo nove giorni di partite, durante un “quarto di finale” alcuni tifosi a bordo campo si alzarono dalle loro sedie e iniziarono a correre verso il campo. Davda tentò di scappare, senza successo. Erano poliziotti. Sequestrarono l’attrezzatura e arrestarono i 22 gioc-attori, Davda e i due “arbitri”, accusati di associazione a delinquere. La polizia sostenne che il sistema avesse fruttato un totale di circa 4.300 dollari. Poco, in generale. Tanto, se sei nel Gujarat.
Fast forward al 2026. Perché ti sto raccontando queste storie? Innanzitutto perché mi piacciono e mi andava di raccontarle. Ma soprattutto, perché sono storie di gente che si è sforzata di mettere in discussione l’esistente. E forse è per questo che mi piacciono.
Non ho un debole solo per le olimpiadi. Ho un debole anche per tutti quelli che si danno da fare in maniera minuziosa per mettere in scena qualcosa per il gusto dell’ironia o poco più. Per quelli che copiano, male, dei rituali, ma ci credono a tal punto da rendere credibili le loro copie. Per quelli che creano caos non tanto per distruggere, ma per vedere cosa succede. Perché è spesso mettendo in discussione l’esistente che si ha la possibilità di riflettere sul senso di quello che vediamo. E, riprendendo un tema di un paio di numeri fa, chiederci se stiamo davvero assistendo alla realtà o soltanto a una sua rappresentazione.
Ma ho un debole pure per la mamma di John Lawler, uno degli amici di Barry Larkin che lo aiutò a confezionare la finta torcia olimpica del 1956. Quella torcia, dopo il municipio, in qualche modo finì a casa di John e rimase sotto il suo letto per anni. Un giorno sua madre, pulendo la sua stanza, vide quella “cosa” un po’ bruciacchiata sotto al letto di suo figlio e mise in discussione l’esistente, semplicemente, buttandola via.
Nelle puntate precedenti
Questa newsletter esce quando ho qualcosa da dire, quindi a intervalli irregolari. Parla di cose a caso come: la paura dell’iperspecializzazione, un guru generato con l’AI, i jingle pubblicitari, il posizionamento politico dei gelati confezionati, una shitstorm che ho subito, un giapponese che ci ha messo 54 anni a completare una maratona, un ponte di Baltimora, Festival di Sanremo, le previsioni sul futuro della C, della X e della Q, la necessità di buttare in caciara gli eventi di business, scenari post-apocalittici, domande in stile Focus, considerazioni sulla geografia del nostro tempo, la storia del calabrone, una trasferta a Chicago, la Venere turista, l’LSD, le cose che imparo, la sinistra, RAI Play, le televendite, le previsioni, i cinepanettoni, Elon Musk, l’arte, il metaverso.
Siamo a tre numeri di fila a distanza di un paio di settimane l’uno dall’altro. Forse stiamo esagerando. Il prossimo uscirà tra due settimane? Tra due mesi? Tra due anni? Non te lo dirò qui.



